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by Paolo Monaco sj

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Saggi > Ignaziana

La conversazione spirituale
nei testi di sant’Ignazio di Loyola

 

 

 

 

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nella carità

 

Il patto fondativo
della Compagnia
di Gesù

 

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Ignazio di Loyola

 

Sia fatta la
tua volontà

 

Il mistero
pasquale
in Ignazio
di Loyola

 

Sentire in sé
la volontà
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Gli strumenti
della spiritualità
di comunione nel
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La «famiglia
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AUTOBIOGRAFIA

 

Una conversazione non riuscita.

 

[15] Avvenne dunque che mentre andava per la sua strada lo raggiunse un moro che cavalcava un mulo. Si misero a conversare e il discorso cadde su nostra Signora. Il moro sosteneva che, certo, la Vergine aveva concepito senza intervento d'uomo; ma che avesse partorito restando vergine, questo non lo poteva ammettere; e a sostegno di ciò adduceva i motivi naturali che gli si presentavano alla mente. Da questa opinione il pellegrino, per quanti argomenti portasse, non riuscì a smuoverlo. Poi il moro si allontanò velocemente, tanto che lo perse di vista; ed egli rimase pensieroso, riflettendo su quanto era intervenuto con quell'uomo. E insorsero in lui impulsi che gli provocavano un senso di scontentezza sembrandogli di aver mancato al suo dovere, e lo movevano a sdegno contro il moro. Gli pareva di aver fatto male a permettere che egli facesse quelle affermazioni su nostra Signora, e di essere obbligato a difenderne l'onore. Gli veniva voglia di andarlo a cercare e di prenderlo a pugnalate per le affermazioni che aveva fatto. Restò a lungo in subbuglio, combattuto da questi impulsi, e alla fine rimase perplesso senza sapere cosa era tenuto a fare. Prima di allontanarsi il moro gli aveva detto che era diretto a una località poco distante, lungo il suo stesso cammino, era molto vicina alla strada maestra, ma questa non l'attraversava.

 

[16] Stanco di riflettere cosa era meglio fare, senza vedere una soluzione sicura a cui attenersi, decise così: lasciare andare la mula a briglia sciolta fino al punto in cui le strade si dividevano. Poi, se la mula avesse imboccato la via del paese, avrebbe raggiunto il moro e lo avrebbe pugnalato; se invece avesse proseguito per la strada maestra, lo avrebbe lasciato perdere. Seguì questa idea; l'abitato era distante solo trenta o quaranta passi e la strada che vi conduceva era larga e comoda; ma nostro Signore fece sì che la mula la lasciasse da parte e scegliesse la via principale.

 

Le prime esperienze a Manresa e Barcellona: l’avida ricerca di persone spirituali
fino alla decisione di non cercarne più. Individualismo spirituale o riconoscimento
che deve attendere un tempo favorevole per incontrare persone che lo capiscano?

 

[21] Ma subito dopo la tentazione ora riferita, cominciò a sperimentare un accentuato alternarsi di stati d'animo opposti. A volte si sentiva così arido da non trovare gusto alcuno nella preghiera vocale, nell'ascoltare la messa, e in ogni altra forma di meditazione che cercasse di fare. Altre volte sperimentava, forte e improvviso, lo stato d'animo contrario, tanto da sembrargli scomparsa ogni tristezza e desolazione: era come quando ci si toglie la cappa dalle spalle. Allora cominciò a spaventarsi di questi cambiamenti che non aveva mai provati fino a quel momento. E si domandava: “Di che natura è questa vita nuova che ho intrapreso?” In quel tempo si intratteneva ancora, talvolta, con persone spirituali che, avendo fiducia in lui, desideravano parlargli. Non che avesse conoscenza della vita spirituale, ma probabilmente perché, nel parlare, egli mostrava molto fervore e molta decisione di progredire nel servizio di Dio. A Manresa c'era allora una donna, molto avanti negli anni e nelle cose di Dio; come tale era nota in molte parti della Spagna, tanto che il Re cattolico una volta l'aveva mandata a chiamare per trattare con lei di certi argomenti. Questa donna intrattenendosi un giorno con il nuovo soldato di Cristo gli disse: “Piaccia al mio Signore Gesù Cristo di voler apparire a voi, una volta!” A queste parole egli si spaventò, avendole interpretate così materialmente: come può apparire a me Gesù Cristo? Frattanto perseverava nella consuetudine di confessarsi e di comunicarsi ogni domenica.

 

[26] Al di fuori delle sette ore di preghiera, impiegava il suo tempo ad aiutare nella vita spirituale alcune persone che si rivolgevano a lui. Tutto il resto della giornata lo occupava in cose di Dio e a riflettere su ciò che aveva meditato o letto quel giorno.

 

[34] Al sopraggiungere dell'inverno si ammalò gravemente. Per curarlo le autorità cittadine lo fecero accogliere in casa di un certo Ferrera, che più tardi fu a servizio di Baldassarre de Faria. Là ebbero cura di lui con molte attenzioni, e parecchie signore della buona società, spinte dalla devozione che già provavano per lui, venivano ad assisterlo durante la notte. Quando si riprese da questa malattia rimase però molto debole e con frequenti dolori di stomaco. Per questo motivo e perché quell'inverno era molto rigido, lo convinsero a indossare un vestito, a calzarsi e a tenere un copricapo. Riuscirono a fargli accettare due casacche di panno grossolano e una berretta dello stesso panno, piccola come uno zucchetto. In quel periodo accadeva che, molti giorni, era avido di intrattenersi su cose spirituali e di trovare persone che ne fossero capaci. Intanto si avvicinava il tempo in cui si era prefisso di partire alla volta di Gerusalemme.

 

[37] Poi si imbarcò. Era stato a Barcellona poco più di venti giorni. Quand'era ancora a Barcellona, prima dell'imbarco, com'era sua abitudine, andava in cerca di persone spirituali con cui intrattenersi, anche se conducevano vita solitaria, lontano dalla città. Ma sia a Barcellona che a Manresa, per tutto il tempo che vi rimase, non poté trovare persone che lo aiutassero quanto desiderava. Solo quella donna di Manresa di cui si è parlato - quella che diceva di pregare Dio affinché Cristo gli apparisse - gli pareva che fosse più addentro nelle cose dello spirito. Perciò, dopo la partenza da Barcellona, non si curò più di cercare persone spirituali.

 

Ritorna da Gerusalemme e la conversazione diventa un nuovo stile di annuncio,
incompreso e soggetto a indagine da parte di alcuni rappresentanti ecclesiali.

 

[42] A Venezia […] Un giorno un ricco spagnolo lo avvicinò e gli chiese che cosa faceva e dove voleva andare. Conosciuta la sua intenzione lo invitò a mangiare a casa sua e poi lo tenne con sé alcuni giorni, finché tutto fu pronto per la partenza. Fin dal tempo di Manresa il pellegrino aveva preso questa abitudine: a tavola, quando mangiava con qualcuno, non parlava mai se non per dare qualche breve risposta, ma stava ad ascoltare quello che si diceva e fissava l'attenzione su alcuni argomenti da cui prendeva occasione per parlare di Dio: così appunto faceva al termine del pasto.

 

[65] “Ma allora”, ribattè il vice-priore, “che cosa predicate?”. E il pellegrino: “Noi non predichiamo; parliamo solo familiarmente con qualcuno delle cose di Dio. Ad esempio, dopo mangiato, con le persone che ci invitano”. “Ma di quali cose di Dio parlate? Perché è proprio questo che vorremmo sapere”. “Parliamo”, continuò il pellegrino, “ora di una virtù, ora di un'altra e ne facciamo l'elogio; ora di un vizio, ora di un altro, e lo condanniamo”. “E voi che non avete studiato parlate di virtù e di vizi”, ribatté il frate. “Di questi argomenti si può parlare solo a due titoli: o perché si è studiato, o perché si è illuminati dallo Spirito Santo. Voi non avete studiato; dunque siete illuminati dallo Spirito Santo”.

Appunto a proposito dell'illuminazione dello Spirito Santo vorremmo conoscere il vostro pensiero.

A questo punto il pellegrino rimase un poco sopra pensiero; quel modo di argomentare non gli sembrava molto logico. Dopo aver riflettuto un momento in silenzio, disse che non c'era bisogno di parlare più a lungo su quell'argomento. Ma il frate insisteva: “Come! Proprio adesso che circolano tanti errori di Erasmo e di molti altri che seminano confusione tra la gente, voi non volete dar conto di quello che insegnate?”.

 

[66] Il pellegrino dichiarò: “Padre, io non aggiungerò più una sola parola a quello che ho già detto, se non davanti ai miei superiori che mi vi possono obbligare”.

 

A Parigi la conversazione provoca conversioni e difficoltà: viene così integrata
con la testimonianza di vita che dà fondamento alle parole.

 

[77] Dopo il primo ritorno dalle Fiandre cominciò a dedicarsi, più assiduamente di prima, a conversazioni spirituali. Quasi contemporaneamente dava gli Esercizi spirituali a tre persone, cioè a Peralta, al baccelliere Castro della Sorbona, e a un biscaglino del collegio di Santa Barbara di nome Amador. Costoro mutarono vita radicalmente: distribuirono subito tutti i loro averi ai poveri, compresi i libri, cominciarono a chiedere l'elemosina per le vie di Parigi, e passarono ad alloggiare nell'ospedale di San Giacomo, dove prima era stato anche il pellegrino, uscendone per i motivi sopra accennati. Questo suscitò grande scalpore all'università per il fatto che i primi due erano persone ragguardevoli e molto note. Subito gli spagnoli cominciarono ad attaccare i due maestri; e non riuscendo a farli ritornare all'università a forza di argomenti e di persuasione, un giorno si presentarono in molti, con le armi alla mano, e li costrinsero a uscire dall'ospedale.

 

[82] In questo periodo aveva contatti con i maestri Pietro Favre e Francesco Xavier che poi conquistò al servizio di Dio per mezzo degli Esercizi. Durante quel corso non subì persecuzioni come in precedenza. A questo proposito, una volta il dottor Frago gli disse che si meravigliava di come era tranquillo, senza che alcuno gli procurasse fastidi. Lui rispose: “Il motivo è che ora non parlo con nessuno delle cose di Dio; ma, finito il corso, riprenderò come prima”.

 

A Venezia riprende la conversazione.

 

[92] A Venezia in quel periodo si occupò in dare Esercizi e in altre conversazioni spirituali. Le persone più qualificate a cui li diede furono il maestro Pietro Contarini, il maestro Gaspare de Doctis, e uno spagnolo chiamato Roças. Un altro spagnolo, il baccelliere Hoces, che aveva frequenti contatti con il pellegrino e anche con il vescovo di Chieti, era abbastanza propenso a fare gli Esercizi, ma continuava a rimandare l'attuazione di questo proposito. Finalmente si decise a cominciarli. Dopo tre o quattro giorni aprì l'animo suo al pellegrino e gli manifestò il timore che negli Esercizi lui gli insegnasse qualche dottrina erronea, come un tale gli aveva insinuato. Perciò aveva portato con sé alcuni libri ai quali avrebbe fatto ricorso se gli pareva che lo volesse ingannare. Questa persona trovò negli Esercizi molto aiuto; infine decise di abbracciare il genere di vita del pellegrino. Fu anche il primo che morì.

 

Prudenza nella conversazione.

 

[97] Sul punto di entrare in Roma disse ai compagni che vedeva le finestre chiuse, volendo intendere che vi avrebbero incontrato molte contrarietà. Disse anche: “Dovremmo essere molto prudenti ed evitare conversazioni con donne che non siano di chiara fama”. Per fare un cenno su questo argomento si può ricordare che, più avanti, il maestro Francesco [Xavier] fu confessore di una donna e qualche volta le faceva visita per colloqui spirituali. Costei un giorno fu trovata incinta; ma piacque a Dio che il responsabile fosse presto identificato. Qualcosa di simile accadde anche a Giovanni Codure, cioè una sua figlia spirituale fu scoperta tra le braccia di un uomo.

 

 

 

ESERCIZI SPIRITUALI

 

Il presupposto di ogni dialogo e conversazione.

 

[22] Presupposto. Affinché tanto chi dà gli esercizi come chi li riceve traggano maggior aiuto e vantaggio, bisogna presupporre che ogni buon cristiano dev’essere più pronto a salvare una affermazione del prossimo che a condannarla; e se non può salvarla, cerchi di sapere in che senso l’intenda, e se l’intendesse in modo sbagliato, lo corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi convenienti perché, intendendola rettamente, si salvi.

 

Un criterio di discernimento: scegliere le parole utili che aiutino se stessi e gli altri.

 

[40] Non si devono dire parole inutili: si intende, cioè, quelle che non giovano né a sé né ad altri, e neppure sono indirizzate a tale scopo. Non è inutile, invece, parlare di tutto quello che giova, o ha intenzione di giovare, all'anima propria o degli altri, o al corpo o a qualche bene terreno; e neppure parlare di cose in sé estranee al proprio stato, come quando un religioso parla di guerre o di commerci. Ma in tutti questi casi c'è merito se si parla con retta intenzione, e c'è peccato se si parla con cattiva intenzione o inutilmente.

 

La conversazione spirituale è un evento in cui si manifesta la vita trinitaria.

 

[230] L’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole.

 

[231] L’amore consiste nella comunicazione reciproca, cioè nel dare e comunicare l’amante all’amato quello che ha, o di quello che ha o può, e così a sua volta l’amato all’amante; di maniera che se l’uno ha scienza la dia a chi non l’ha, e così se onori, se ricchezze l’uno all’altro.

 

 

 

COSTITUZIONI DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

 

Si può fare la conversazione spirituale sempre, anche quando si è malati.

 

[89] Nel tempo dell'infermità, non solo si deve osservare una purissima obbedienza verso i superiori spirituali, perché governino l'anima, ma anche, con altrettanta umiltà, verso i medici del corpo e gl'infermieri, perché governino il corpo. Infatti, i primi s'adoperano per la salute perfetta dello spirito, e i secondi per la completa salute del corpo. Così pure, l'infermo deve mostrare la sua grande umiltà e pazienza, e procurare di edificare nel tempo dell'infermità quelli che lo visitano e conversano e s'intrattengono con lui, non meno di quando era perfettamente sano, a maggior gloria di Dio.

 

Una regola pratica non più usata, ma da cui possiamo trarre almeno due suggerimenti: a) per un maggiore aiuto alle persone in certe situazioni potrebbe essere
 meglio comporre con un certo criterio i gruppi per la conversazione spirituale;
b) il fine della conversazione: edificarsi reciprocamente, ovvero, aiutarsi a fare
una esperienza di amore reciproco che trasforma la conversazione in un “evento
ecclesiale”, una manifestazione del Risorto-Chiesa.

 

[247] Per lo stesso motivo non devono uscire di casa se non nei tempi e con le persone che al superiore parrà opportuno. In casa poi non devono parlare tra di loro per propria scelta, ma con quelli che il superiore indicherà, perché dall'esempio e dalla conversazione spirituale degli uni siano edificati ed aiutati gli altri nel Signor nostro, e non il contrario.

 

La conversazione spirituale è aiutata da una “grazia”, un talento naturale. I gesuiti
inviati in missione praticando la conversazione spirituale produrranno maggior frutto.

 

[624] Ad uomini prudenti, che hanno nelle mani un governo spirituale o temporale, pare più indicato inviare persone eminenti per prudenza e per grazia di conversare, la cui presenza esteriore (senza pregiudizio delle doti interiori) aiuti a conferir loro autorità. Il loro consiglio, infatti, può avere un peso rilevante […] Anzitutto, sarà bene, se è possibile, che non sia uno solo, ma almeno due, perché s’aiutino maggiormente tra loro nelle cose dello spirito e del corpo, e perché possano produrre maggior frutto tra coloro, cui sono inviati, dividendosi l’un l’altro le fatiche in servizio del prossimo.

 

L’arte di trattare e di conversare è un mezzo naturale e umano da acquisire
per collaborare con la grazia divina.

 

[814] Una volta stabilito questo fondamento, i mezzi naturali, che dispongono verso il prossimo lo strumento di Dio nostro Signore, costituiranno universalmente un aiuto per la conservazione e lo sviluppo di tutto questo corpo, purché l'individuo li apprenda e li adoperi unicamente per il servizio di Dio, non per riporre in essi la propria fiducia, ma per collaborare con la grazia divina, secondo l'ordine della somma Provvidenza di Dio nostro Signore, che vuol essere glorificato per mezzo di ciò che egli dona come Creatore, e cioè la natura, e di ciò che dona come Autore della grazia, e cioè il soprannaturale. Perciò, si devono procurare diligentemente i mezzi umani o acquisiti, e specialmente la dottrina fondata e solida, il modo di proporla al popolo nella predicazione e nelle lezioni sacre, e l'arte di trattare e di conversare con gli uomini.

 

 

 

EPISTOLARIO

 

AGNESE PASQUAL (6 dicembre 1524) - MI Epp I 71-73

 

Il Signore poi non esige da lei che faccia cose faticose e nocive alla sua persona, anzi vuole che viva gioiosa in lui, dando il necessario al corpo. Il suo parlare, pensare e conversare sia in lui. Orienti a questo fine tutte le cose necessarie al corpo, anteponendo sempre i comandamenti del Signore. Questo egli vuole e questo ci comanda

 

TERESA REJADELL (18.06.1536) - MI Epp I 99-107

 

Vedendo il servitore del Signore tanto buono e umile che, pur compiendo la volontà di Dio, pensa di essere del tutto inutile e considera le sue debolezze e non la sua gloria, gli fa pensare che, se parla, di qualche grazia concessagli da Dio N. S., di opere, propositi e desideri, pecca con altra specie di vanagloria perché parla a suo onore. Procura quindi che non parli dei benefici ricevuti dal suo Signore, impedendo così di produrre frutto in altri e in se stesso, dato che il ricordo dei benefici ricevuti aiuta sempre a cose più grandi.

 

BROËT E SALMERÓN (settembre 1541) - MI Epp I 179-181

 

Nel trattare con tutti, ma specialmente con uguali e inferiori in dignità o autorità, parlare poco prendendo tempo, ascoltare a lungo e volentieri finché abbiano finito di dire quello che vogliono. Quindi, rispondere ai diversi punti, finire e andarsene. Se replicassero, risposte brevi quanto possibile, congedandosi rapidamente e amabilmente.

 

Nelle relazioni con gli altri, per guadagnare l’affetto di alcuni grandi o che più importano per il maggior servizio di Dio nostro Signore, considerare anzitutto il loro temperamento naturale per adattarvici. Così, se uno è collerico e parla con vivacità e piacere, cercare di assuefarsi al suo modo, parlando di cose buone e sante, senza mostrarsi grave, flemmatico e malinconico. Invece con quelli che sono per natura diffidenti, lenti nel parlare gravi e ponderati nelle conversazioni, adattarsi al loro modo, perché questo piace loro: «Mi son fatto tutto a tutti» (1Cor 9,22).

 

Bisogna fare attenzione che, se uno è di temperamento collerico e conversa con un altro collerico, se non vanno in tutto d’accordo, si corre il gravissimo rischio che la conversazione sfoci in urto. Se uno quindi sa di essere collerico, deve andare, rispetto a tutti i particolari, per quanto è possibile, molto armato e disposto a soffrire, senza alterarsi con l’altro, specialmente se lo sa infermo. Se invece si conversa con un flemmatico o malinconico, non c’è tanto pericolo di disaccordo per via di parole precipitate.

 

In tutte le conversazioni, volendo guadagnare qualcuno per introdurlo nella rete a maggior servizio di Dio nostro Signore, osserviamo lo stesso ordine che il nemico usa con un’anima buona, lui tutto per il male, noi tutto per il bene. Il nemico entra dalla porta dell’altro ed esce dalla propria; entra non contraddicendo le sue abitudini, anzi lodandole; familiarizza con l’anima, attirandola a buoni e santi pensieri apportatori di tanta pace per l’anima buona. Quindi a poco a poco procura di uscire dalla sua, conducendola sub specie boni [sotto parvenza di bene] a qualche errore o illusione, per sfociare sempre al male. Così noi possiamo per il bene lodare e consentire su qualche cosa particolare buona, dissimulando su altre cattive. Cattivandoci l’affetto dell’altro, miglioreremo le nostre relazioni, e così entrando dalla sua porta usciremo dalla nostra.

 

Con quelli che sentissimo tentati o tristi, comportiamoci amichevolmente, parlando a lungo, mostrando molto piacere e allegrezza, interiormente ed esteriormente, per opporci ai sentimenti che loro provano, per una maggiore edificazione e consolazione.

 

In tutte le conversazioni, soprattutto quando mettiamo pace e nelle esortazioni spirituali, stare accorti, perché ogni parola può o sarà resa pubblica.

 

GIOVANNI III (15 marzo 1545) - MI Epp I 296-298

 

Così al momento dell’ultima sentenza si trovarono a Roma tre giudici che mi processarono: uno di Alcalá, un altro di Parigi e il terzo di Venezia. In tutti questi otto processi, per sola grazia e misericordia divina, mai mi è stata condannata una sola proposizione, neppure una sillaba, né io sono stato mai condannato o esiliato. Se V. A. desidera conoscere la ragione di tanta indignazione e inchiesta sulla mia persona, sappia che non è per cosa alcuna relativa a scismatici, luterani, illuminati, con cui non ho mai avuto contatti e che neppure ho mai conosciuto. Il motivo era invece perché, non avendo fatto io studi, si meravigliavano, specialmente in Spagna, che parlassi e conversassi a lungo di cose spirituali.

 

FAVRE, LAÍNEZ, SALMERÓN (primavera 1546) - MI Epp I 386-389

 

Per le relazioni con gli altri.

 

1. Se le relazioni e le conversazioni con molte persone, in vista della salute e del profitto spirituale delle anime permettono con l’aiuto divino molto frutto, al contrario, questo genere di relazioni, se non siamo vigilanti e favoriti dal Signor nostro, può causare un serio danno a noi e, a volte, agli altri. Siccome la nostra vocazione non ci permette di esimerci da queste relazioni con gli altri, più saremo preavvertiti e guidati da qualche direttiva, più avanzeremo con tranquillità nel Signore. I punti che seguono, anche se si toglie o sostituisce qualcosa, potranno aiutare nel Signore.

 

2. Io nel parlare sarei lento, considerato e pieno d’amore, specialmente se si devono determinare cose che si trattano o sono trattabili nel Concilio.

 

3. Lento nel parlare, sarei assiduo nell’ascoltare e calmo allo scopo di sentire e conoscere i pensieri, gli affetti e i voleri di quelli che parlano per poter meglio rispondere o tacere.

 

4. Trattandosi di questioni del Concilio o di altre, si espongano le ragioni dei punti di vista opposti, per non dare l’impressione di essere attaccati al proprio giudizio e cercando di non lasciare scontento nessuno.

 

5. Non addurrei, come autorità, nessuna persona, soprattutto se famosa, eccetto in cose esaminate maturamente, essendo disponibile per tutti senza appassionarmi per nessuno.

 

6. Se le questioni dibattute sono così giuste che non si possa o debba tacere, si darà il proprio parere con tutta la tranquillità ed umiltà possibile, concludendo così: salvo migliore giudizio.

 

7. Infine, se si tratta di relazioni e di conversazioni su materie di dottrina acquisita o infusa, volendone parlare, gioverà molto non considerare le proprie preferenze o la mancanza di tempo, cioè il proprio comodo, per adattarsi al comodo e alla situazione dell’interlocutore e spingerlo alla maggiore gloria divina.

 

Per aiutare le anime

 

8. Esortare le persone, con cui si ha la possibilità di parlare, a confessarsi, a comunicarsi, a celebrare frequentemente, a fare gli Esercizi e altre opere di carità, spingendole pure a pregare per il Concilio.

 

Per un maggiore aiuto scambievole

 

Prenderemo un’ora, la sera, per mettere in comune quanto fatto nella giornata e l’obiettivo del giorno seguente.

 

Per le questioni passate o future ci metteremo d’accordo con voto o in altro modo.

 

Uno per sera preghi tutti gli altri di correggerlo in tutto ciò che pare loro. Chi fosse così corretto, non replichi a meno che non gli si chieda di spiegare la causa del difetto di cui è stato corretto.

 

La sera seguente faccia lo stesso il secondo e così di seguito. Tutti potranno così aiutarsi ad una maggiore carità e ad una più grande edificazione dappertutto.

 

GIACOMO LAÍNEZ (21 maggio 1547) - MI Epp I 519-526

 

In questa nostra Compagnia tale conoscenza pare sia particolarmente necessaria sia per conversare con gente di diversa lingua, parlando o scrivendo, sia per soddisfare persone comuni con la predicazione e con i colloqui. Gli studi di umanità sono più adatti e più utili per loro.

 

COMUNITÀ DI PADOVA (7 agosto 1547) - MI Epp I 572-577

 

I poveri sono tanto grandi dinanzi a Dio che particolarmente per loro fu mandato Gesù Cristo sulla terra: «Per la miseria degli oppressi e per il pianto dei poveri, ecco che io sorgo, dice il Signore» [Sal 11,6]; e altrove: «Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri» [Lc 4,18]. Ciò ricorda Gesù Cristo facendo rispondere a s. Giovanni: «I poveri vengono evangelizzati» [Mt 11,5; Lc 7,22]. Essi sono tanto preferiti ai ricchi che Gesù Cristo volle eleggere tutto il collegio santissimo degli apostoli tra i poveri; vivere e conversare con essi e lasciarli capi della sua Chiesa, costituendoli giudici delle dodici tribù d’Israele [Mt 19,28], cioè di tutti i fedeli, di cui essi, poveri, saranno «assessori» [cf At 20,28]. Tanto viene esaltato il loro stato.

 

FRANCESCO BORGIA (20 settembre 1548) - MI Epp II 233-237

 

Primo, rispetto alle ore stabilite per gli esercizi interiori ed esteriori, sentirei che se ne sopprimano la metà. Quando e quanto più i nostri pensieri, derivanti da noi o dal nostro avversario, si soffermano su cose non pertinenti, vane o illecite, tanto più, perché la volontà non se ne diletti o vi consenta, dobbiamo ordinariamente moltiplicare gli esercizi interiori ed esteriori secondo i soggetti e la varietà dei pensieri o delle tentazioni. Al contrario invece quando s’introducono in noi buoni pensieri e sante ispirazioni, «cui dobbiamo lasciare libero campo aprendo totalmente le porte della nostra anima».

 

Di conseguenza, non essendo necessarie tante armi per vincere i nemici, per quanto posso sentire nel Signore per lei, riterrei meglio che la metà del tempo si convertisse in studio, poiché sarà sempre necessario o conveniente per l’avvenire non solo quanto è infuso, ma anche quanto è acquisito; nell’attendere al governo del suo Stato e nelle conversazioni spirituali, procurando sempre di mantenere la propria anima quieta, tranquilla e disposta per il tempo in cui nostro Signore vorrà operare in essa. Senza dubbio è maggiore virtù e maggiore grazia godere del Signore in diversi uffici e in diversi luoghi che in uno solo. Per arrivarci dobbiamo collaborare molto con la sua divina bontà.

 

SALMERÓN, JAY, CANISIO (24 settembre 1549) - MI Epp XII 239-247

 

Cerchino di attrarre i discepoli a stabilire rapporti di amicizia spirituale e, se è possibile, alla confessione e a fare gli Esercizi spirituali, anche interi, se sembrano idonei per la Compagnia. Agli Esercizi della prima settimana e a qualche modo di orare se ne possono ammettere di più, anche invitandoli, specialmente quelli da cui si può sperare maggior bene e la cui amicizia è più desiderabile per Dio.

 

Per la stessa ragione, con persone simili bisogna avere molti colloqui e familiarità; e sebbene occorrerà a volte inclinare verso l’umano, condiscendendo alla natura degli uomini, tuttavia, perché queste conversazioni non siano inutili, bisognerà tornare sempre all’intento dell’edificazione.

 

ANTONIO BRANDÃO (1 giugno 1551) - MI Epp III 506-513

 

Dato lo scopo degli studi, gli studenti non possono fare lunghe meditazioni oltre gli esercizi prescritti per la loro vita spirituale: messa quotidiana, un’ora di preghiera e di esame di coscienza, la confessione e la comunione ogni otto giorni. Ma possono esercitarsi a cercare la presenza di N.S. in tutte le cose, per esempio conversando con qualcuno, andando e venendo, vedendo, gustando, ascoltando, pensando e in tutte le nostre azioni, poiché è vero che la sua divina maestà si trova in tutte le cose per presenza, potenza ed essenza. Questa maniera di meditare, che consiste nel trovare Dio N.S. in tutte le cose, è più facile che elevarsi alle cose divine più astratte, dovendo faticare per rendercisi presenti. Questo eccellente esercizio ci disporrà a grandi visite del Signore, anche in una breve orazione.

 

GIOVANNI PELLETIER (13 giugno 1551) - MI Epp III 542-550

 

Con la loro conversazione spirituale tutti possono aiutare quelli con cui trattano, soprattutto se trovano disposizioni che fanno sperare frutto. Gli Esercizi della prima settimana si possono dare a molti, ma gli altri che seguono solo a persone idonee allo stato di perfezione e disponibili a sforzarsi veramente.

 

Bisognerà anche cercare di rendersi benevoli le altre persone di maggior importanza presso il viceré, con conversazioni spirituali, e sarebbe molto conveniente e grato a Dio, della cui causa si tratta, aiutare tali persone con cura particolare.

 

RETTORE DEL COLLEGIO DI COIMBRA (26 febbraio 1554) - MI Epp VI 378

 

È qui acclusa una lettera del nostro carissimo fratello M. Simone. Egli si rimprovera severamente molte cose, ma voglio che sappiate che qui pensiamo che la sua intenzione era buona. Quando sbagliò in qualcosa e mentre era in carica e dopo, fu senza malizia, anzi era persuaso di far bene. Della sua conversazione e compagnia provo ogni giorno sempre più gioia. Intanto, poiché i provinciali sono nominati per tre anni e lui stesso desiderava essere esonerato dalla carica, e poiché il rigore della perfezione che esige la Compagnia e il suo governo ci faceva apparire conveniente il cambio del provinciale di Portogallo, l’abbiamo richiamato qui, dove non gli mancheranno occasioni di dedicarsi al servizio di Dio N.S.

 

SIMONE RODRIGUES (12 ottobre 1555) - MI Epp IX 707-708

 

Dovunque lei si trovi, vorrei che si ricordasse di aiutare le anime, che costarono sì care a Cristo N.S., secondo la nostra professione, non fosse altro che con conversazioni ed esortazioni personali, almeno tanto quanto potrà fare senza eccessiva fatica.

 

EVERARDO MERCURIANO (giugno 1552) - MI Epp XII 309-311

 

Due fini la Compagnia si prefigge nei suoi collegi. Primo: che la terra o provincia dove si erige il collegio venga aiutata nelle lettere e nelle cose spirituali con l’esempio, la dottrina e ogni iniziativa dei collegiali. Secondo: che gli studenti della Compagnia si rendano idonei nelle lettere per divenire operai nella vigna di Dio N.S., la qual cosa anche ridonda in utilità del luogo stesso, perché oltre a dare buona edificazione con la loro vita e con il conversare onesto, dopo, quando diventeranno letterati, potranno giovare al bene comune insegnando, predicando, ascoltando confessioni e con altre opere di carità. Nei collegi infatti si ha come un seminario, da cui nascono continuamente simili frutti.

 

PADRI IN MISSIONE APOSTOLICA (8 ottobre 1552) - MI Epp XII 251-253

 

Sui mezzi da usare, oltre l’esempio e la preghiera di desiderio, vedere se si devono adoperare le confessioni, gli esercizi e le spirituali conversazioni, insegnare la dottrina cristiana, fare lezioni sacre, predicare, ecc. Se non si possono usare tutte queste armi, scegliere quelle che sembrano più efficaci e che si sa aiutano meglio.

 

ANTONIO ENRIQUEZ (26 marzo 1554) - MI Epp VI 522-525

 

Ma non voglio più dilungarmi su questo, perché spero in Dio N.S. che lei non sarà del numero di costoro. Tuttavia, la miseria dell’uomo vecchio è tanta che, se non si aiuta l’uomo nuovo e rinnovato con la grazia di Cristo N.S. con i mezzi convenienti, facilmente egli si abbandona ad ogni imperfezione. Per questo, essendo veramente suo servitore, non posso tralasciare di ricordarle la frequenza dei santi sacramenti, la lettura di libri pii, l’orazione con il maggior raccoglimento possibile; prenda per sé ogni giorno un certo tempo affinché non manchi all’anima la sua refezione e lei non si lamenti come colui che diceva: «Il mio cuore inaridisce, perché mi son dimenticato di mangiare il mio pane» [Sal 101,5]. Le sarà pure di molto aiuto conversare con persone buone e spirituali, continuare e incrementare la buona attitudine di fare elemosine, che è un mezzo universale per ottenere ogni bene da chi è fonte perenne e da cui tutto deve emanare.

 

BARTOLOMEO HERNÁNDEZ (21 luglio 1554) - MI Epp VII 268-270

 

È cosa ottima, dato che la conversazione spirituale non si può estendere a tutti, averla particolarmente con gli studenti dell’università, perché non solo si avrà frutto in essi, ma anche in molti altri tramite loro, essendo tali persone idonee a comunicare ad altri quanto ricevuto, a gloria di Dio.

 

G. NUÑES BARRETO E COMPAGNI (aprile 1555) - MI Epp VIII 680-690

 

Il patriarca in persona, con interprete o per mezzo di altri, potrebbe cominciare a conversare ed esortare la gente, secondo la loro capacità; lo stesso i vescovi e gli altri.

 

Mediante le opere di misericordia spirituale, la gente di quelle regioni veda pure la sollecitudine ad aiutare e consolare le anime, insegnando, per esempio, lettere e virtù e tutto gratuitamente e per amor di Cristo. Si lodino tali opere nei sermoni e nelle
conversazioni con testimonianze delle Scritture e con gli esempi e le parole dei santi, ecc., come si diceva sopra.

 

GIOVANNI DE MENDOZA (14 ottobre 1554) - MI Epp VII 654-655

 

Da molti giorni sono stato informato dei doni che Dio N.S. fa alla sua anima e dei desideri che le dà di servirlo generosamente, nonostante che la nobiltà e le cariche altamente qualificate siano di solito di ostacolo a molti. Provo, di fronte alla maestà divina, uno speciale affetto per il suo servizio e sono desideroso di conoscerla e di conversare con lei di presenza o per lettera. Non l’ho fatto prima, ma ora la carità stessa me ne offre l’occasione.

 

GIROLAMO DOMÉNECH (10 febbraio 1555) - MI Epp VIII 386-390

 

Le condizioni richieste nel compagno di chi deve recarsi a La Goletta sono queste:
1) sia persona di fiducia quanto a virtù; 2) se possibile, abbia qualche talento per insegnare la dottrina cristiana ai figlioli dei saldati o almeno per conversare con edificazione; 3) se conosce la lingua araba, tanto meglio. Ma se questa condizione non si ha, se ne farà a meno. Gioverebbe anche che sia di nazione spagnola o che ne intenda la lingua o almeno che sia in grado di capirla e parlarla presto. Se si trova uno con tali requisiti, lei ci avvisi. Sarebbe poi tanto meglio se avesse prudenza e dono di consiglio.

 

PONZIO COGORDAN (12 febbraio 1555) - MI Epp VIII 395-398

 

Cominci ad acquistare credito sia nelle conversazioni spirituali con gentiluomini e altre persone sia visitando gli ospedali o qualche opera pia, se ce n’è.

 

Intanto tratti con loro [religiose] mediante prediche o esortazioni pubbliche e conversazioni spirituali private, e cerchi di conoscere quali siano le più raccolte e di buona vita, procurando di guadagnare al Signore alcune di esse, specialmente la badessa e qualcuna delle più in vista.

 

LUIGI GONÇALVES DA CÂMARA (prima del 15 gennaio 1556) - MI Epp X 505-511

 

Con la Regina, con gli infanti, con gli altri signori e persone di autorità, si osserverà proporzionatamente quanto si è detto del Re, procurando di aiutarli personalmente e, mediante loro, di aiutare la Compagnia e promuovere il bene comune. E quando si sarà acquistato credito presso tali persone che, aiutate spiritualmente, possono far ridondare tanto bene su molti altri, sembra non si debba tralasciare l’uso di questo talento, anche se da qui non se ne possa determinare il modo. Bisogna, sembra, cominciare con la conversazione. Dio N.S. insegnerà con chi e in che modo passare oltre, aumentando con la sua grazia la luce del discernimento.

 

Al popolo saranno generalmente utili, oltre le preghiere, le messe e l’esempio della vita, la conversazione e l’amministrazione dei sacramenti, specialmente la confessione; ad alcuni poi gli Esercizi spirituali, ma a quelli, ci sembra, il cui profitto spirituale si può estendere a molti altri: tali sono persone importanti o autorità pubbliche o altri che sarebbero idonei come operai evangelici, ecc. Si deve più volentieri spendere un certo tempo con questi ovvero ottenere che altri giungano allo stesso risultato.

 

In tutto il corpo della Compagnia che vive nei possedimenti portoghesi si deve procurare l’unione e la conformità dei membri tra di loro e degli stessi, specialmente quelli che hanno maggiore responsabilità, con il loro capo, il generale, nei cui riguardi bisogna procurare di avere il concetto, l’amore e il rispetto convenienti. Per tutto questo saranno utili le conversazioni e altri mezzi che lei saprà meglio usare che io scriverne.

 

Là dove starà, sarà bene che conversi familiarmente con gli inferiori, procurando di conoscerli tutti, specialmente quelli che tra loro sono di maggiori qualità o talenti ovvero da cui si attende di più. Avrà così occasione di aiutare molti nelle loro pene spirituali o necessità fisiche, che all’una e all’altra cosa dovrà mirare. Potrà anche sapere da loro molte cose che siano utili ai superiori e al bene comune. Attenderà specialmente ad essere come un angelo di pace e di unione tra i singoli e i loro immediati superiori, tra i rettori o superiori locali e il provinciale, come pure tra il provinciale e il commissario.

 

Chieda a qualcuno dei suoi compagni o di quelli che conversano e trattano più con lei, di avvertirla se notano qualcosa nella sua persona o nel modo di procedere che meriti un rilievo. Accetti intanto l’avvertimento in modo che chi l’ha fatto mantenga la volontà di dargliene un altro, quando ce ne fosse bisogno.

 

 

 

PRIMI PADRI DELLA COMPAGNIA DI GESù

 

GIOVANNI ALFONSO POLANCO, «Summarium hispanium de origine et progressu Societatis Iesu», in MI, FN I, MHSI, Roma 1943, n. 55, p. 184.

 

55. Ahora estos compañeros determinados como es dicho, estando ahí Iñigo se establecieron en su propósito y conservaron en este modo. Primeriamente todos ellos hicieron voto en Sta. Maria de Monte Mrtyrum de dedicarse al servicio del Señor en perpetua pobreza. Y cada año, el día de Sta. María de Agosto, confirmaban este su voto, yendo allá todos juntos, después de se haber confesado y comunicado. El 2° medio era de la conversación de unos con otros, juntándose no sólo el día della confrimación, per entre año, aunque ellos vivian en diversas partes, ahora en casa de uno, ahora de otro, comiendo juntos en caridad y tratándose; donde nacía mucho amore de unos para otros, y ayudándose y escalentándose unos a otros en lo temporal, ultra de lo spiritual de virtudes y letras, porque quién dellos abundaba en lo uno, quién en lo otro. El 3° medio era el frecuetnar los Santos Sacramentos de confesión y comunión. El 4° de la oración a que se daban, y del mismo estudio, que era de cosas sacras, en el cual todos se aprovecharon no poco, con la divina ayuda, enderezándolos todos a gloria de Dios y ayuda de los prójimos.

 

 

 

MAGISTERO

 

EVANGELII GAUDIUM, «Da persona a persona»

 

127. Ora che la Chiesa desidera vivere un profondo rinnovamento missionario, c’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa. Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada.

 

128. In questa predicazione, sempre rispettosa e gentile, il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore. Solo dopo tale conversazione è possibile presentare la Parola, sia con la lettura di qualche passo della Scrittura o in modo narrativo, ma sempre ricordando l’annuncio fondamentale: l’amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato sé stesso per noi e, vivente, offre la sua salvezza e la sua amicizia. È l’annuncio che si condivide con un atteggiamento umile e testimoniale di chi sa sempre imparare, con la consapevolezza che il messaggio è tanto ricco e tanto profondo che ci supera sempre. A volte si esprime in maniera più diretta, altre volte attraverso una testimonianza personale, un racconto, un gesto, o la forma che lo stesso Spirito Santo può suscitare in una circostanza concreta. Se sembra prudente e se vi sono le condizioni, è bene che questo incontro fraterno e missionario si concluda con una breve preghiera, che si colleghi alle preoccupazioni che la persona ha manifestato. Così, essa sentirà più chiaramente di essere stata ascoltata e interpretata, che la sua situazione è stata posta nelle mani di Dio, e riconoscerà che la Parola di Dio parla realmente alla sua esistenza.

 

129. Non si deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile. Si trasmette in forme così diverse che sarebbe impossibile descriverle o catalogarle, e nelle quali il Popolo di Dio, con i suoi innumerevoli gesti e segni, è soggetto collettivo. Di conseguenza, se il Vangelo si è incarnato in una cultura, non si comunica più solamente attraverso l’annuncio da persona a persona. Questo deve farci pensare che, in quei Paesi dove il cristianesimo è minoranza, oltre ad incoraggiare ciascun battezzato ad annunciare il Vangelo, le Chiese particolari devono promuovere attivamente forme, almeno iniziali, di inculturazione. Ciò a cui si deve tendere, in definitiva, è che la predicazione del Vangelo, espressa con categorie proprie della cultura in cui è annunciato, provochi una nuova sintesi con tale cultura. Benché questi processi siano sempre lenti, a volte la paura ci paralizza troppo. Se consentiamo ai dubbi e ai timori di soffocare qualsiasi audacia, può accadere che, al posto di essere creativi, semplicemente noi restiamo comodi senza provocare alcun avanzamento e, in tal caso, non saremo partecipi di processi storici con la nostra cooperazione, ma semplicemente spettatori di una sterile stagnazione della Chiesa.

 

 

 

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ESPERIENZE

 

ESDAC, Conversazione spirituale (istruzione).

 

 

 

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